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Apartheid in Palestina

Ci sembra opportuno pubblicare ora quest'intervento del 2002 di Desmond Tutu, ex arcivescovo di Città del Capo e presidente della Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana. Perchè è bello e perchè - crediamo - nessuno può accusare lui di parlare a sproposito di apartheid.
27 luglio 2006
Desmon Tutu


Nella nostra lotta contro l'apartheid, abbiamo sempre potuto godere del grande sostegno del popolo ebraico. Quasi istintivamente gli ebrei si sono trovati ad essere dalla parte degli esclusi, dei senza voce, lottando contro l'ingiustizia, l'oppressione e il male. Ho sempre avuto stretti rapporti con gli ebrei. Sono il patrocinatore del centro per l'Olocausto in Sudafrica. Ritengo che Israele abbia diritto a vivere all'interno di frontiere sicure. Quello che invece non è comprensibile, nè giustificabile, è quello che Israele ha fatto ad un altro popolo per garantire la propria esistenza. Sono rimasto profondamente afflitto dalla mia visita in Terrasanta; mi ha ricordato ciò che è successo a noi, neri nel Sudafrica. Ho visto l'umiliazione dei palestinesi ai check point, soffrendo come noi quando un giovane ufficiale di polizia bianco ci impediva di passare. (...) Ho visto i palestinesi indicare quelle che erano le loro case, ora occupate dagli ebrei israeliani. (...) Mi piange il cuore.
Mi chiedo perché la nostra memoria sia così labile. I nostri fratelli e le nostre sorelle ebree hanno forse dimenticato le umiliazioni subite? Hanno forse dimenticato così presto la punizione collettiva, la distruzione di case che hanno dovuto provare nel corso della loro storia? Hanno forse voltato le spalle alle loro profonde e nobili tradizioni religiose? Hanno forse dimenticato che Dio ha a cuore la sorte degli oppressi? Israele non otterrà mai la propria sicurezza opprimendo un altro popolo.
Una vera pace può essere definitivamente costruita solo su basi di giustizia. Condanniamo la violenze degli attentatori suicidi, e condanniamo la corruzione di giovani menti cui viene insegnato l'odio; ma condanniamo anche la violenza delle incursioni militari nei territori occupati, e la disumanità con cui viene impedito alle ambulanze di prestare soccorso ai feriti. Posso prevedere con certezza che l'operazione militare di questi giorni non garantirà la sicurezza e la pace auspicate dagli israeliani, ma provvederà solo ad intensificare l'odio.
Israele ha tre opzioni: tornare alla precedente situazione di stallo; sterminare i palestinesi; o - come spero - battersi per una pace basata sulla giustizia, sul ritiro dai territori occupati e sulla costituzione di uno stato palestinese funzionante su quei territori, accanto alla stato di Israele. Noi in Sudafrica abbiamo avuto una transizione relativamente pacifica. Se la nostra guerra è potuta finire, lo stesso può avvenire in qualunque altro posto nel mondo. Se in Sudafrica si è potuta fare la pace, perché non la si può fare anche in Terrasanta? (...) Ma voi sapete meglio di me che il governo israeliano è in una posizione privilegiata [negli Stati uniti] e che chi lo critica viene immediatamente accusato di anti-semitismo, come se i palestinesi non fossero essi stessi a loro volta semiti. (...) La gente ha paura negli Stati uniti a dire che è sbagliato ciò che è sbagliato perché la lobby ebraica è potente -molto potente. Ma viviamo in un universo morale. Il governo dell'apartheid era molto potente, ma oggi non esiste più. Hitler, Mussolini, Stalin, Pinochet, Milosevic e Idi Amin erano potenti, ma sono tutti finiti a mordere la polvere. L'ingiustizia e l'oppressione non prevarranno mai. (...) Dobbiamo fare un fervido appello al governo della gente di Israele e al popolo palestinese e dire: la pace è possibile, una pace basata sulla giustizia è possibile.

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