Dietro lo scontro niente
Di fronte alla tragedia del maremoto la generosità degli italiani non è mancata. Quella del governo è ancora dubbia. Lo stanziamento immediato dell'Italia per le vittime è stato di 3 milioni di euro a fronte dei 68 della Spagna, dei 15 della Francia, dei 20 della Germania, dei 21,3 della Gran Bretagna. Il 30 dicembre finalmente il governo ha deciso un altro contributo di 10 milioni di euro (per Sri Lanka e Maldive), ma siamo ancora al di sotto di quello che sarebbe necessario, anche se ieri sera il ministro Fini ha annunciato interventi per 70 milioni. Nel frattempo l'azione istituzionale è decisamente schizofrenica: da una parte la Protezione civile, già presente sul campo con le operazioni di soccorso, dall'altra il ministero degli Esteri, che si scontrano per gestire la «cabina di regia» e i sostanziosi contributi della raccolta sms da parte dei gestori della telefonia mobile, della Rai e di Mediaset. La riunione organizzata alla Farnesina rientra in questa logica: contrapporre a una Protezione civile che tracima in visibilità e operatività il riposizionamento della cooperazione italiana, esautorata sin dai tempi della Missione Arcobaleno dalla gestione e del coordinamento degli interventi di emergenza. Dietro questi scontri (in gran parte di potere), c'è poco altro. Per il debito che affligge questi paesi si parla al massimo di moratoria. Gli immigrati regolarmente residenti in Italia potranno andare e tornare dai luoghi della tragedia, ma se tra una settimana o un mese dovesse arrivare in Italia un profugo da Sumatra e Banda Aceh sarebbe prima rinchiuso in un cpt e poi ricacciato nel suo villaggio distrutto dal maremoto. Questo nonostante l'art. 20 della legge sull'immigrazione preveda di dare la protezione umanitaria a chi è in fuga da calamità naturali e conflitti. Ovviamente nessuno al governo ha proposto di dare attuazione a questo dispositivo. Dopo questi primi momenti di soccorso di fronte alla tragedia, ci sarà la fase della riabilitazione e della ricostruzione: anche in questo caso non è emersa un'idea o una strategia chiara. Si è promesso di costituire un permanente «tavolo di coordinamento» per scambiarsi le informazioni e coordinare gli interventi. Buona idea, a patto che sia tale e che sia partecipato da tutti gli attori istituzionali, in primis la Protezione civile. Altrimenti sarà solo un'altra operazione di facciata.
Ci sarebbero dunque alcune cose minime da fare: cancellazione del debito per i paesi travolti dalla tragedia, attuazione dell'articolo 20 della legge sull'immigrazione per l'accoglienza alle vittime, stanziamento di 100 milioni di euro (che si potrebbero togliere dalla costruzione dei cacciabombardieri Eurofighter) per le popolazioni colpite, coordinamento in sede europea e dell'Onu, rafforzamento dei fondi per la cooperazione, coinvolgimento delle ong e delle organizzazioni sociali delle aree colpite, garanzia e trasparenza del corretto uso dei fondi che si stanno raccogliendo attraverso operazioni mediatiche e private. Bisognerebbe evitare l'italico deja-vu di molte operazioni umanitarie: competizioni tra le amministrazioni pubbliche, sovrapposizioni degli interventi, corse scalpitanti ai finanziamenti con tanti progetti inventati all'uopo, rambismo umanitario, proclami mediatici, protagonismi e invadenze come quelle della Croce Rossa. Servirebbero un po' di buon senso, di operatività, di coordinamento e di volontà politica per fare le scelte giuste. Quelle che fino ad oggi sono mancate. E che servono sul serio alle vittime di questa tragedia.
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