Iraq: Libere, in nome della pace
Centinaia di iracheni, di tutte le etnie, religioni e tribù, donne, uomini e bambini, si sono ritrovati ieri insieme, in piazza, a Baghdad per chiedere la liberazione di Simona Pari, Simona Torretta, Mahnaz e Ra'ad, i quattro ostaggi rapiti nella sede delle ong italiane il 7 settembre. Una manifestazione della società civile, come non si era mai vista nella capitale irachena, dilaniata prima dalla guerra e poi dall'occupazione. Un corteo, organizzato dal Comitato della società civile che riunisce tutte le ong presenti in Iraq, aperto da ragazzi sulle sedie a rotelle - uno dei tanti effetti delle guerre -, seguiti da capi tribali in abiti tradizionali, kurdi, sunniti, sciiti, cattolici, insieme per una volta, senza bandiere, hanno percorso la centralissima e commerciale Saadun street per giungere alla piazza Firdaus (paradiso), dove una volta campeggiava la statua di Saddam, abbattuta all'arrivo degli americani, il 9 aprile dell'anno scorso. Dopo essere stata il palcoscenico mediatico dell'invasione, per la presenza di centinaia di giornalisti negli hotel - Palestine e Sheraton - che vi si affacciano, la piazza Firdaus è generalmente meta delle manifestazioni della società civile irachena che protesta contro la disoccupazione, i desaparecidos, e anche, ieri, per chiedere la liberazione degli operatori umanitari presi in ostaggio. Mai un sequestro aveva suscitato tanta emozione. E non a caso. Mai, finora, erano state colpite persone tanto vicine ai bisogni della popolazione irachena, ora, e ancora prima, ai tempi dell'embargo: «Il sequestro delle due operatrici umanitarie italiane calpesta i principi di tutte le religioni, i criteri fondamentali dell'umanità e viola le regole sacre dell'Islam», si è detto nel comizio. E' la voce di quella maggioranza di iracheni che aspira alla pace ed è invece ostaggio di chi conosce solo la legge delle armi e della violenza. «Vogliamo la pace per l'Iraq, giù le mani dagli innocenti», recitava uno striscione. E ancora: «no alla violenza, no ai rapimenti, no ai bombardamenti casuali contro gli iracheni, no alle aggressioni, no all'occupazione». In poche parole, una piattaforma chiara della resistenza all'occupazione, quella che fautori della violenza, siano essi americani e alleati o iracheni e arabi, vogliono occultare.
Una manifestazione di solidarietà, insieme alle tante che arrivano dal mondo arabo e musulmano, che ha commosso il Ponte per ..., l'organizzazione per la quale lavorano le due Simone, di cui non si hanno ancora notizie. «Nonostante i morti dei giorni scorsi hanno voluto manifestare per la liberazione degli ostaggi», si legge nel sito del Ponte «Liberate la pace», che pubblica tutti gli appelli.
E le vittime irachene degli ultimi quattro giorni sono oltre 200. A Ramadi ieri dieci persone, iracheni, tra cui due donne, sono rimaste uccise negli scontri tra ribelli, che avevano attaccato un convoglio militare Usa, e forze americane che hanno risposto al fuoco. Un marine era invece rimasto ucciso il giorno prima nella stessa provincia di Anbar. Un'autobomba è esplosa ieri a Suwayra, a sud di Baghdad, davanti a un posto di blocco, uccidendo due persone (un militare e un civile iracheni) e ferendone un'altra decina. In una imboscata nella città petrolifera di Kirkuk sono invece stati uccisi due «collaborazionisti», due operai edili iracheni che lavoravano per le forze militari americane nella base di Baquba, a una cinquantina di chilometri a nord di Baghdad.
Tre corpi decapitati, con le teste legate dietro la schiena, sono stati invece trovati racchiusi in sacchi di plastica ieri vicino a Dujail, a una sessantina di chilometri a nord di Baghdad. Secondo il colonnello Adnan Abdul-Rahman del ministero degli interni erano maschi e avevano dei tatuaggi, si tratterebbe, secondo i militari americani, di «arabi», non meglio specificati, anche perché i tre non portavano documenti.
Sempre sul fronte degli ostaggi è stato rilasciato ieri un turco. «Oggi (ieri per chi legge), i mujahidin mi hanno rilasciato, andrò all'ambasciata», ha detto Aytulla Gezmen, ritratto in un video ottenuto dalla Associated press television news. Per impedire che un proprio dipendente venga decapitato, come minacciato dai suoi rapitori, una compagnia di trasporti giordana ha annunciato ieri di interrompere il proprio lavoro in Iraq. «Abbiamo ritirato i nostri camion e non ne manderemo altri in Iraq. Abbiamo bloccato tutto il nostro lavoro», ha detto Ibrahim Zoghaby alla tv al Jazeera, senza citare il nome della compagnia, che trasporta derivati del petrolio e acqua dalla Giordania all'Iraq.
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