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    Il prossimo anno scade il New START sulle armi nucleari a lunga gittata

    Il 2026 può diventare l’anno nero del riarmo nucleare. Occorre come pacifisti promuovere la mobilitazione perché il 2026 diventi invece l'anno della ripresa del dialogo per formare la nuova corsa agli armamenti nucleari, sia quelli a medio raggio (INF) sia quelli a lungo raggio (New START).
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Iraq: eroe di un mondo rovesciato

Chi era Fabrizio Quattrocchi, l'ostaggio giustiziato senza pietà, senza neppure aver avuto la possibilità di guardare in faccia la propria stessa morte, colpito alla tempia come un animale da macello in quanto simbolo di un paese aggressore?
18 aprile 2004
Nichi Vendola

Hanno spalancato le porte dell'inferno. E nel frattempo ci indicavano il paradiso posticcio dei valori occidentali. Ci hanno trascinato nel fango morale e politico di una guerra di aggressione, illegittima e strutturalmente bugiarda: bugiarda nei suoi pretesti, nei suoi viluppi, nei suoi esiti di orrore permanente. E nel frattempo mettevano ai saldi la propaganda inacidita e talebana di Oriana Fallaci, in una sorta di casereccio "cupio dissolvi" di ogni traccia di razionalità cristiana o di intelligenza illuminista. Ci hanno aggregato, come protesi filantropica e coda petrolifera, ad una avventura post-moderna e medievale, una occupazione imperiale scandita dall'esproprio di storia, di cultura, di risorse, di vita, di una nazione complessa e totalmente sconosciuta agli strateghi anglo-americani.

E nel frattempo ridavano fiato alle trombe della più bolsa retorica patriottarda, con gli annessi sacrari di ossa italiche e di tricolori esposti al vento di "Porta a Porta". Ci hanno impaludato nell'antica e moderna Mesopotamia. E siamo lì, disonorati dinanzi alla nostra stessa Costituzione, siamo lì prigionieri delle nostre stesse prigioni ideologiche e affaristiche, siamo lì a morire e a uccidere: certo, l'uccidere elegante del galateo delle regole d'ingaggio, l'uccidere anche bimbi che fanno da scudo a donne che fanno da scudo a uomini che fanno da scudo alla propria disperazione e al proprio odio. La nostre arte di uccidere è scevra da pulsioni barbariche, conosce l'igiene delle morti oggettive, asettiche, neutrali. Noi non spariamo alla tempia di un ostaggio, non fuciliamo un prigioniero, non infieriamo su un ferito: queste cose magari le fanno gli americani, che per questo non vogliono l'istituzione di un tribunale penale internazionale, e anche se le fanno gli americani Bruno Vespa non lo sa, il giornalismo "embedded" non vuol saperlo, meglio non scriverlo, non dirlo, non trasmettere le immagini: la realtà che esiste, infatti, è solo quella che buca lo schermo dei media e che rimbalza nella polemica politica.

Non se ne può più di questa mielosa girandola di cazzate ad alta tensione: i nostri ragazzi, i nostri soldati, il nostro sangue, la nostra bandiera, la nostra litania sugli "italiani brava gente". E le parole, come vorticano leggere nel lessico di noi coalizzati e volenterosi: gli altri fanno le stragi, noi rispondiamo al fuoco; gli altri sono tutti terroristi, noi tutti liberatori; gli altri sono disumani e fanatici, noi siamo umanitari e kantiani.

E in questa mafia degli aggettivi e dei sostantivi, si scioglie nell'acido del conformismo marziale qualsivoglia domanda impertinente: dove sono le armi di distruzione di massa? dove sono le folle festanti della maggioranza sciita che ci avrebbe mitragliato di petali di fiori per questa offerta generosa di democrazia d'importazione? dov'è la vittoria pur proclamata in pompa magna da George W. Bush? E ancora: dov'è la pacificazione del Medio Oriente? dov'è la disfatta delle reti terroristiche che ora s'intessono anche dove prima non c'erano? E quante di queste domande affogano nei pozzi di petrolio? quante abortiscono di aborti preventivi per non disturbare il calendario delle elezioni americane ma anche di quelle europee? E infine: dove siamo noi? Cosa facciamo? Chi siamo, certo noi chi siamo?

Chi era Fabrizio Quattrocchi, l'ostaggio giustiziato senza pietà, senza neppure aver avuto la possibilità di guardare in faccia la propria stessa morte, colpito alla tempia come un animale da macello in quanto simbolo di un paese aggressore? Era una persona il cui strazio ci fa disperare. Nella stessa maniera in cui ci spezza il cuore la strage degli anonimi, soldati e civili, di tutte le razze, di tutti le fedi, crepati nel fuoco incrociato di una guerra che è una forma pubblica e industriale di terrorismo. Ma Fabrizio era un eroe, come ha detto senza pudore l'inquilino della Farnesina? Eroe per quell'ultima frase? Ti faccio vedere come muore un italiano. Frase straziante, certo, e disperata, e a modo suo orgogliosa, e spaventata, pronunciata come in un soprassalto, come in un volo per saltare il fosso di quella incombente premonizione di morte: ma eroe? un uomo che non è un soldato, che non combatte per la causa ma per un salario dieci volte più alto di uno stipendio medio, un uomo "arruolato" per le proprie abilità combattentistiche da una azienda privata e ovviamente quotata in borsa?

Un mercenario - sia detto con la più indicibile pietà per Fabrizio - sperduto nel labirinto di una guerra in cui agisce il trapassato prossimo (o il futuro remoto) dei soldati di ventura e degli eserciti privati? Eroe come Carlo Pisacane, come Salvo d'Acquisto, magari come Muzio Scevola? Già gli eroi veri meritano più rispetto di quanto non ne consentano le fanfare, le coccarde, le medaglie. Ma questo ragazzo andato a morire nella palude irakena è l'eroe di un mondo capovolto, un eroe all'incontrario: eroe senza peso specifico se non quello del suo corpo sequestrato in macelleria. Dai, Frattini, fammi vedere come muore un italiano: e se invece di dire una frase forte, si mette a piangere e a supplicare dinanzi al suo boia, non sarà un eroe? Dai, Berlusconi, fammi vedere come muore un irakeno, non so se sciita o sannita, se vecchio o bambino, e dimmi la differenza. Dimmi perché le morti debbano essere diseguali come le vite. Dimmi per cosa valga la pena di immolarsi.

Lo chiederei anche ai redivivi cantori dell'unità nazionale, quelli che vedono con un occhio solo e parlano con due lingue: mettono a fuoco il terrorismo, scongiurando che non colpisca a casa nostra, ma sfocano l'inquadratura della guerra; quelli che dicono pace ma con l'elmo di Scipio in testa. Questa infinita cosa che ancora scoppia a Kabul e che tracima ben oltre Bagdad, questa guerra che i "neocons" americani vogliono preventiva e permanente, questa lurida guerra del dollaro e del petrolio è anche la più sofisticata macchina di distruzione del senso delle parole. Falsifica, inquina, manipola pure le ombre. Come l'ombra triste di Fabrizio Quattrocchi, eroe dello spreco di vita, eroe di se stesso e della nostra globale, insaziabile, ipocrisia.

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Qui di seguito il link ad un post sul fattoquotidiano ilfattoquotidiano.it/2025/08/2 e in allegato il file per una lettura diretta.

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La “ giusta” è la ricetta per il disastro | Gianandrea Gaiani
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accusa il governo: "Annunci confusi e senza basi”.

--
Legambiente: senza piano nazionale sull’acciaio il futuro dell’ex Ilva resta incerto
genovatoday.it/economia/legamb
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