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Seconda lettera da Kabul

12 novembre 2003
Paolo Pobbiati

"È stata una giornata intensa. Siamo andati, con la jeep ed un camioncino, fuori Kabul, in direzione Jahlalabad, e poi verso nord per circa 120 km sino ai confini con il Panshir, a fare una distribuzione di vestiario in due orfanotrofi, a Parwan e Kapisa. La strada è bellissima, non certo come fondo stradale, passiamo fra montagne e valli splendide, costellate di piccoli villaggi fatti di case di mattoni, costruite nella tecnica tradizionale con un grande cortile quadrangolare.

Certo si vede la differenza con Kabul, anche nella gente. Molti più burka addosso alle donne e una diffusa sensazione di povertà. Prima della guerra qui era coltivato mentre oggi è in gran parte impossibile: tutta la zona è stata minata e nonostante sia in gran parte bonificata, il sistema di irrigazione va ricostruito completamente. Qui è aridissimo, se non si fa arrivare l’acqua non cresce niente. Rimangono qua e là i frutti della guerra: blindati, carri armati, batterie antiaeree. Sono lì dove sono stati colpiti da qualche razzo o saltati su una mina. Sono probabilmente di fabbricazione sovietica, ma è difficile dire se siano stati utilizzati dai mujaiddin o dai talebani in una delle tante offensive da una parte e dall’altra. Troppo pesanti per essere spostati: ricordano con il loro farsi ritrovare a pochi chilometri l’uno dall’altro, quanto la situazione in questo paese sia ancora in bilico. L’arrivo all’orfanotrofio di Parwan è accolto da una grandissima eccitazione da parte dei bambini. Per il 90% non si tratta di orfani, la maggior parte di loro ha almeno un genitore e qualcuno tutti e due. Ma le loro famiglie sono così povere che non possono permettersi di mantenerli e preferiscono lasciarli qui.

A Kabul GVC, un’associazione bolognese, ha un progetto per il loro reinserimento nelle famiglie di origine che vengono poi aiutate e sostenute, ma qui siamo lontani anche da Kabul. Sono circa 140 bambini qui e altri 200 a Kanisa, dai 3 ai 15 anni: gli portiamo delle giacche a vento per l’inverno che qui è alle porte. Gli insegnanti li mettono in fila per ricevere il prezioso pacco dono dalle mani di Kanishka e Feruz, il nostro personale afghano, mentre Sultan prende a tutti la misura del piede: la prossima distribuzione sarà quella delle scarpe.

I bambini sono uguali in tutte le parti del mondo, almeno in quello dove sono lasciati a loro stessi, cioé la maggior parte delle terre abitate dall’uomo. Sono curiosi, mi parlano tutti insieme con le poche frasi in inglese che conoscono, si spintonano per mettersi in posa per una foto. Mi vengono le lacrime agli occhi quando un piccolino viene tutto trionfante con la sua giacca nuova e mi dice "tankiu" (lo dice proprio così). Mi prendo il ringraziamento anche se me lo merito abbastanza poco, ma sono molto orgoglioso di quello che organizzazioni come la Fondazione Pangea e GVC fanno e di avere la possibilità di collaborare con loro. Visito la loro struttura, che è veramente minimale: i dormitori sono sovraffollati e ci sono soltanto due latrine, le cui condizioni possono essere lasciate all’immaginazione.

In un dormitorio trovo un bambino di pochi mesi. Mi vengono i brividi pensando che potrebbe anche essere il figlio di una di queste bambine.

Anche peggio vanno le cose a Kapisa, dove i letti a castello sono ancora più ammassati e dove MANCANO I VETRI ALLE FINESTRE. Deve fare un freddo terribile qui di notte: siamo a più di 2000 metri ed è solo la fine di ottobre. Nei corridoi ci sono due classi di bambine sedute in terra che con le loro maestre stanno ripetendo in coro quello che c’è scritto sulle rispettive lavagne. Almeno queste impareranno a leggere e a scrivere, anche se al freddo.

La distribuzione avviene con le stesse modalità di Parwan, ma qui c’è un aria di maggiore ordine e marzialità per come le classi vengono sistemate. Il che non deve stupire più di tanto visti gli insegnanti, come dire, piuttosto energici. Mi verrà spiegato poi che molti di loro sono probabilmente combattenti mujaiddin: nello scambio di battute che segue alla distribuzione, non manco di sottolineare l’importanza di quanto sia determinante il lavoro che fanno con questi bambini e che dalla educazione che queste generazioni riceveranno dipenderà non solo il loro futuro, ma anche quello di tutto il Paese.

Voglia Allah che non abbiano in mente un futuro di martiri e combattenti.

È già pomeriggio, rientriamo a Kabul. Siamo abbastanza affamati ed assetati. Anche se non rispettiamo il Ramadan che impone il digiuno dall’alba al tramonto, evitiamo di mangiare o bere quando siamo in presenza di musulmani, anche se ci viene continuamente ripetuto che non siamo tenuti ad osservare questa regola. Per noi va anche bene, visto che appena a casa ci sediamo a tavola, ma i nostri tre collaboratori afghani dovranno aspettare ancora un paio d’ore perché faccia buio".

Note: http://www.pangeaonlus.org

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Legambiente: senza piano nazionale sull’acciaio il futuro dell’ex Ilva resta incerto
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