ECONOMIA

Allarghiamo la rete

La linfa vitale della povertà sta nell’egoismo. La cura allora non può che essere la cooperazione e il rafforzamento delle reti sociali. Intervista al prof. Stefano Zamagni.
A cura di Marino Giuseppe Sciascia

Partiamo dalla situazione della povertà in Italia. Annualmente l’Istat rileva i dati riguardanti la “povertà relativa”. Cosa si intende con questa espressione?
Esistono due concetti di povertà: assoluta e relativa. L’UNDP ha stabilito che è “povero assoluto” colui che dispone di meno di due dollari al giorno; sono poveri invece in senso relativo coloro che hanno un reddito inferiore a una determinata soglia, detta appunto linea di povertà, calcolata in base al reddito medio o alla spesa media degli individui. Il secondo concetto tiene conto del contesto economico nel quale l’individuo vive, il primo no; quindi non è detto che povertà assoluta e relativa raggiungano, in un determinato Paese, gli stessi livelli. In alcuni Stati, pensi ad esempio ad alcuni Paesi africani, ci troviamo di fronte a bassi tassi di povertà relativa, contro tassi elevati di povertà assoluta.

Quali sono le caratteristiche di queste due tipologie di povertà?
Iniziamo con l’esaminarne le cause. La povertà assoluta è causata dall’incapacità dei soggetti economici di accedere ai mercati; tale incapacità può essere legata alle situazioni psicofisiche degli individui, ma può anche essere determinata dalla presenza di particolari assetti istituzionali e sociali per colpa dei quali determinate fasce della popolazione rimangono segregate, escluse dal mercato. Se vuole un esempio, pensi al dramma dell’apartheid in Sudafrica.
La povertà relativa è invece una conseguenza della traiettoria tecnologica della terza rivoluzione industriale che, unitamente alla globalizzazione, ha drasticamente cambiato la struttura del mercato del lavoro; negli ultimi anni si è passati da un mercato “a piramide” a un mercato a “clessidra”. Nel mercato a piramide vi era alla base un gran numero di persone addette ai lavori meno qualificati e meno redditizi, che si riduceva salendo verso il vertice della piramide rappresentativo dei lavori più qualificati e meglio retribuiti; ora, nel mercato “a clessidra” si riducono fortemente i livelli intermedi: se si è sufficientemente specializzati e competenti si sta nella parte alta, altrimenti si sta nella parte bassa della clessidra, con lavori poco retribuiti. Quella che prima era la zona intermedia della piramide, dove molta gente con competenze e cultura di medio livello trovava lavoro, ora è sostituita dalla strozzatura della clessidra, dove c’è spazio per pochissimi.
Anche gli effetti di conseguenza sono diversi: la povertà assoluta porta a una potente violazione dei diritti umani, conduce a un imbarbarimento della società e dei rapporti fra i popoli. La povertà relativa, che riguarda i Paesi come il nostro, invece, porta alla diminuzione della democrazia perché i poveri relativi, sfiduciati, rifiutano di partecipare al gioco democratico.

Il tasso riguardante la povertà relativa negli ultimi anni è in tendenziale

Anche un libro può contenere una sfida. Può chiederci di dare una svolta. Alla vita. Nostra e del pianeta. Al pensiero, privato e pubblico.
Il prezzo della gratuità, di Luigino Bruni, professore di Economia politica dell’Università di Milano, pone interrogativi attuali quanto importanti: possono convivere mercato e libertà dell’individuo, crescita economica ed equità sociale? Forse la chiave di lettura e di svolta è in una parola ora troppo desueta: la gratuità. Occorre “battersi per restituire il principio di gratuità alla sfera pubblica.” – scrive Stefano Zamagni nella prefazione al libro – “Il dono autentico, affermando il primato della relazione sul suo esonero, del legame intersoggettivo sul bene donato, dell’identità personale sull’utile, deve poter trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell’agire umano, ivi compresa l’economia. Anzi soprattutto in economia, dove è massimamente urgente creare e difendere luoghi in cui la gratuità viene testimoniata, cioè agita”.
Il libro offre spunti e riflessioni interessanti in ambito economico, che intrecciano termini come mercato e impresa a valori come uguaglianza e fraternità. Ripercorre esperienze che contribuiscono a creare una nuova cultura economica. Fra tutte, ad esempio, l’economia di comunione.
Luigino Bruni, Il prezzo della gratuità, prefazione di Stefano Zamagni, Città Nuova, Roma 2006, pp. 176
aumento; ciò avviene nonostante la spesa pubblica sia aumentata. Si può considerare questo dato come un paradosso del nostro sistema di welfare?
Il problema è che spesso si crede opportuno combattere la povertà relativa con strumenti ormai insufficienti. La sola redistribuzione monetaria è palesemente inadeguata se non viene accompagnata da politiche “proattive”, e con ciò intendo quelle politiche che aumentano le capabilities, nel senso di Amartya Sen. Bisogna cioè cercare di migliorare le “capacità” degli individui, piuttosto che le loro “condizioni” di vita, il patrimonio dell’individuo nella sua accezione più ampia, rivedere i servizi e la loro qualità sociale, creare un mercato in cui convivano modelli diversi di impresa: quella capitalistica, quella sociale e quella civile.

Quindi anche l’idea di prevedere un reddito minimo garantito può essere inadatta a sconfiggere la povertà?
Il reddito minimo garantito è una buona politica, ma come le ho detto, come tutte le politiche che incidono sulle condizioni di vita dei cittadini piuttosto che sulle capacità degli stessi, nel lungo periodo tende a perdere la sua efficacia.

Quanto pensa che le nuove forme di microcredito possano aiutare a sconfiggere la povertà in Italia?
Il valore del microcredito assume due aspetti: uno strumentale, pensi ai concreti miglioramenti apportati dalla Grameen Bank in Bangladesh, e uno simbolico, espressivo. Per valore simbolico intendo dire che praticare il microcredito vuol dire riconoscere che l’accesso al credito è un diritto umano, fondamentale per lo sviluppo della persona, dei suoi progetti di vita. In Italia a mio avviso è questa la funzione più rilevante del microcredito: stimolare il sistema creditizio perché non trascuri la sua funzione essenziale favorendone altre.

Ancora una volta i problemi si fanno più ingenti al Sud (povertà relativa 2005: Nord 4.5%, Centro 6%, Sud 24%). In particolare l’Emilia Romagna tocca il record positivo: solo il 2.5%. Quanto di questa disparità fra i dati è secondo lei è imputabile a un diverso comportamento relazionale degli individui?
Al Sud la situazione è seriamente più grave rispetto che al Centro-Nord per alcune semplici ragioni. Innanzitutto una struttura dei salari più sbilanciata. Le ricordo per esempio che alcuni amministratori regionali in Sicilia guadagnano 1500 euro al giorno, più di quanto guadagnino al Nord, pur lavorando meno. Inoltre al Sud è ancora più ampia l’aria della rendita, che bisognerebbe ridurre con opportune politiche di intervento. E in ultimo, e qui rispondo alla sua domanda, nel Sud il tasso di imprenditorialità è più basso rispetto che al resto d’Italia. Ciò si deve soprattutto alla mancanza di fiducia, cioè a quel sistema di fides corde, che metterebbe in condizioni un individuo di iniziare un’impresa con maggiore serenità.

Si riferisce alla presenza della criminalità organizzata?
Sì, ma mi riferisco anche al fatto che da parte della popolazione del Sud non c’è una reazione sufficiente alla criminalità. Pensi ad esempio a una regione come la Campania: poche migliaia di persone affiliate tengono in pugno alcuni milioni di individui. È impensabile che la lotta alla criminalità avvenga per mezzo delle sole forze dell’ordine; sin dall’epoca fascista con il prefetto Mori nessun governo è riuscito a sconfiggere la criminalità utilizzando questa via. L’individualismo, che a Sud è ancora più forte, deve cedere il passo alla cooperazione, ma ciò può avvenire solo attraverso un risveglio della società civile. La mafia non è altro che una deformazione della società civile. Il termine mafia deriva da maffià che in arabo vuol dire “famiglia”; è come un cancro che, partendo da una cellula impazzita, nel nostro caso la prima famiglia, si estende sulle cellule vicine, le altre famiglie, degenerando. Banfield già dal 1956 parlava di “familismo amorale”, spiegando che esso si realizza quando gli individui si comportano secondo la regola: “massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare e supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”.

Lo Stato quindi non ha alcun ruolo nella lotta alla criminalità?
Non ho detto questo, anzi lo Stato deve garantire che le “reti” di fiducia si rafforzino sempre di più, ma lo Stato può solo difenderle e aiutarle a crescere, non può costruirle. A questo ci deve pensare la società civile. Spesso si commette l’errore di pensare che sia lo Stato a legittimare e rafforzare la società civile, in realtà è la società civile che dà forza allo Stato.

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