ULTIMA TESSERA

Chiamato a servire la pace

Mons. Tommaso Valentinetti (vescovo di Termoli-Larino e presidente nazionale di Pax Christi)
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Sono stato chiamato a servire la pace. È questa la considerazione molto semplice che mi è nata nel cuore, appena ho appreso la notizia che mi veniva affidato il compito della presidenza del movimento Pax Christi. Su questa idea del servizio ormai si gioca tutta la mia vita, da quando ho iniziato la mia sequela di Gesù Cristo. Nella mia vita di presbitero e di vescovo, da circa due anni e mezzo, mi sono stati chiesti tanti servizi nella mia Chiesa d’origine, la diocesi di Lanciano-Ortona e la mia regione, l’Abruzzo. E ora, in questa bella avventura, mi viene chiesto di essere servo della pace, della giustizia e del perdono in questo movimento. Il servire mi ricorda l’icona di Gesù nell’ultima cena, che si cinge di un asciugatoio e lava i piedi a suoi discepoli e la parola del Vangelo: “… quando avrete fatto tutto quello che dovevate fare dite siamo servi inutili”. Questa icona mi ricorda sempre il mio peccato, perché arrivare a lavare i piedi ai fratelli, se è facile dirlo con le parole o concepirlo con il pensiero è poi tutt’altra cosa farlo nella vita. Per quanto riguarda la parola della “inutilità”, cerco di farne continuamente l’esperienza per non legare troppo la mia vita ai miei progetti e alle mie idee, ma solo a quelle di Dio e della Sua Provvidenza. Eccoci dunque insieme per fare un tratto di strada per servirci reciprocamente, per mettere in comune le nostre inutilità, perché dalle nostre debolezze verrà la capacità di essere forti, non per noi stessi, ma per la consegna della “Pace di Cristo” che ci è stata affidata. “Vi lascio la pace vi do la mia pace non come la dà il mondo io la do a voi” è questa la parola profetica del Vangelo che nessun calcolo umano potrà far mai tacere. La mondanità attraverso le varie ideologie, che la storia degli uomini ha sempre conosciuto, ha cercato sempre di asservire a se stessa la causa della pace; per noi credenti non può essere così, perché la certezza della pace che viene da Cristo è più forte di ogni ideologia, è più forte della mondanità.

Credo che il servire la pace si debba coniugare con il servizio della giustizia e del perdono. Lo stesso Giovanni Paolo II, nel messaggio per la pace per il capodanno 2002, ci ha ricordato che “non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono”. Ciò che caratterizza nella concezione biblica della giustizia è che essa non corrisponde a un atteggiamento di asettica oggettività, ma è impegno appassionato del giudice in favore di colui il cui diritto è calpestato. Giudicare con giustizia implica, dunque, il giudicare “senza partito preso” e, ancor più, rimuovere un ostacolo nella vita comune e un conflitto nell’interesse di tutti, così che chi ha sofferto danni, sia reintegrato nei suoi diritti e chi ha provocato l’ingiustizia sia reso innocuo. Dio solo è giudice giusto e ogni giorno si accende il suo sdegno.(Sal 7,12). Il servire la giustizia inizia accogliendo questo sdegno di Dio, che ha come unico fine la conversione e la resipiscenza dell’ingiusto, mai condividendo il male commesso, ma attendendo anche a costo della sofferenza che quella ingiustizia sia tolta. È evidente che se entriamo in questa logica presto ci renderemo conto che non c’è ricerca della giustizia senza la capacità della compassione e cioè essere capaci di portare insieme il peso di chi è ingiustamente offeso, maltrattato, defraudato.

Si passa nel regime di assunzione di responsabilità nei confronti dell’altro che si trova nel bisogno. Il giusto diventa colui che dice:”Sì, io sono il custode di mio fratello” (Gn 4,9). Ma che sarebbe della nostra giustizia senza assumere l’ultima attesa dell’uomo: il perdono? La stragrande maggioranza dei testi biblici dice che è Dio che perdona: che il perdono trova la sua vera natura quando è riferito a colui che, essendo l’origine, conosce perfettamente l’uomo ribelle, debole e meschino e che, entrando in relazione di alleanza con lui, prevede in anticipo la possibilità del tradimento e dell’offesa. La conseguenza è che il perdono di Dio precede il pentimento dell’uomo e non ne è determinato, anzi ne è la condizione e il presupposto. È questo il perdono che Dio in Cristo è venuto a donare, è questo il perdono che con coraggio dobbiamo vivere, offrire e servire. Spero che per il tempo che il Signore ci darà di camminare insieme potremo impegnarci a servire questo progetto che il Vangelo di Gesù Cristo ancora una volta mette nelle nostre mani. Mi affido al ricordo della vostra preghiera e di tutti coloro che si uniscono a noi particolarmente in questi giorni a intercedere e invocare incessantemente il dono della Pace per tutta l’umanità. Siamo alla vigilia del quarantesimo anniversario della Pacem in Terris. Al Beato Giovanni XXIII vorrei affidare questo mio servizio e questa intercessione che spero salga al Signore da tutti noi.

 

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