ULTIMA TESSERA

Chi dice “addio alle armi”?

Un appello da parte della società civile. Perché le elezioni politiche siano la premessa e la promessa di una vera politica di pace.
Riccardo Troisi

Eccoci. Siamo alla vigilia delle elezioni politiche (aprile 2006). La verifica e le informazioni sull’impegno politico dei due schieramenti sui temi legati alla pace e alla nonviolenza diventa sostanziale per capire che tipo di scelta adottare nei seggi elettorali. Come portare avanti un’azione politica efficace senza rimaner schiacciati dalla macchina dei “saldi” (programmi politici e posti da occupare) proposta dalla politica istituzionale? Come contribuire, con il proprio voto, alla costruzione di una democrazia che sia tale e che ripudi la guerra in ogni sua forma? Come sviluppare, nel prossimo mandato elettorale, una politica per la pace efficace e che non si trasformi, a elezioni concluse, in un bluff elettorale? La società civile si interroga, insomma. Elabora proposte, riflette, anche in questo periodo di “oscurantismo” pre-elettorale, si confronta e chiede serietà a chi si candida. Chiede in poche parole “che la pace entri in parlamento”.
Una quarantina di gruppi e associazioni attive sui temi della pace e della nonviolenza, tra cui a livello nazionale la Rete Lilliput, Attac, Radiè Resh e

Le proposte di “Addio alle armi”
- ritiro immediato delle truppe dall’Iraq
- controllo e regolamentazione del commercio delle armi
- smilitarizzazione del territorio italiano
- riduzione delle spese militari
- controllo delle banche che sostengono l’esportazione di armi italiane
- sviluppo della difesa civile non armata e nonviolenta
- riconversione dell’industria bellica
- una politica di Pace per Israele e Palestina
- sostegno ai Corpi Civili di Pace
- sviluppo della ricerca per la Pace
a livello locale alcuni forti sostenitori come Casa Pace di Milano e tanti altri nodi e punti pace sparsi per l’Italia, hanno lanciato l’appello “Addio alle armi”. Un modo per richiamare l’attenzione di elettori ed elettrici, candidati e candidate, su una politica di ripudio della guerra e di costruzione della pace. Un modo per proporre ai candidati e alle candidate “che si presentano per l’elezione al Parlamento una dichiarazione d’intenti che segua il dettato costituzionale del ripudio della guerra (art.11) e che li porti a lavorare nel Parlamento per una politica di pace. Lo Stato italiano deve dotarsi di strutture non armate per essere in grado di rispondere ai conflitti”.
L’appello vuol dare inizio a un percorso di confronto politico pre-elettorale e post-elettorale. Con l’auspicio che non si concluda alla fine della campagna elettorale. È una proposta che mira a valorizzare e rilanciare alcuni temi e azioni già presenti nelle esperienze e nelle campagne del movimento pacifista al fine di promuovere una comunicazione e una collaborazione costante tra tutti coloro (cittadini, persone impegnate nei movimenti e nelle associazioni, parlamentari) che credono nell’urgenza di rendere concreta e vincolante una politica di pace e di nonviolenza.
Dieci le proposte contenute nell’appello: il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq, il controllo e regolamentazione del commercio delle armi, la smilitarizzazione del territorio italiano, la riduzione delle spese militari, il controllo delle banche che sostengono l’esportazione di armi italiane, lo sviluppo della difesa civile non armata e nonviolenta, la riconversione dell’industria bellica, una politica di Pace per Israele e Palestina, il sostegno ai Corpi Civili di Pace e lo sviluppo della ricerca per la Pace.
Questa dichiarazione d’ intenti da sottoscrivere pubblicamente nel rispetto
Il sito, http://www.addioallearmi.org, riporta il testo dell’appello che può essere sottoscritto da tutti e discusso nell’apposito Forum.
dell’articolo 11 della Costituzione rappresenta per i firmatari un elemento di valutazione imprescindibile per chi dovrà ricoprire incarichi politici. Sappiamo bene che in campagna elettorale è facile assumere impegni. Spesso però la legislatura offre sgradite sorprese e omissioni inspiegabili. Ecco perché l’invito ai candidati e alle candidate a esprimersi chiaramente e pubblicamente su tali questioni e proposte è un modo diretto di controllo del voto e di partecipazione attiva della società civile in momento vitale per una democrazia, quale è quello delle consultazioni elettorali.
Controllo dal basso che non termina con l’avvenuta votazione ma che dovrebbe creare una sorta di osservatorio permanete che verifichi in futuro le scelte puntuali sottoscritte dai candidati e dalle candidate. Questo potrebbe rappresentare un vero e proprio segnale del movimento della pace di “democrazia attiva e responsabile” capace di mettere sotto pressione in maniera costante chi ha scelto di rappresentare noi e i valori in cui crediamo.

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