CHIESA

Devoti al potere

Frenare la secolarizzazione. Difendere la tradizione. E l’identità. La Chiesa che ha paura dell’uomo moderno. E che si difende entrando nel potere.
Dov’è finita la Chiesa pellegrina e compagna del mondo?
Rosario Giuè

Dove va la Chiesa italiana? È la domanda di molti credenti e di uomini e donne non appartenenti alla comunità. A costoro appare chiaro che la Chiesa italiana, per frenare la secolarizzazione in atto da tempo, voglia puntare alla via politica e legislativa. Sembra che la Chiesa italiana, temendo che i propri modelli di vita e le proprie istituzioni diventino irrilevanti, sul piano organizzativo e pubblico, nella vita del Paese, cerchi di evitare che ciò possa accadere.
Su questa strada incontra l’appoggio di coloro che, pur lontani dall’esperienza ecclesiale, i cosiddetti “laici devoti”, trovano in essa un alleato prezioso. A costoro la Chiesa appare come un nuovo bastione da cui partire per una più complessiva strategia di conservazione, di rifiuto della modernità e delle istanze di cambiamento presenti nel tessuto sociale. Per questo essi sono disposti a presentarsi pubblicamente come fedeli difensori del pensiero della sua gerarchia ecclesiale. Molti giocano a chi è più “cattolico”, su un piano ideologico e poco religioso, più di sacralità che di santità. Sulle incertezze della società italiana, sulle debolezze del quadro politico, c’è chi spera di costruire nuovi fasti per la religione cristiana e per una certa idea di ordine. In questo disegno culturale e insieme politico, molti scorgono elementi di fondamentalismo, di clericalismo e di temporalismo.
È ormai dall’inizio degli anni Novanta, anche in seguito al rinnovo dei vertici della Conferenza Episcopale Italiana, che l’immagine di una Chiesa pellegrina, che partecipa al destino di tutti gli uomini nella quotidianità della ricerca, appare sempre più in secondo piano. Si preferisce sempre più puntare a “salvare” il Paese per la via politica. Si sceglie di giocare un ruolo pubblico e politico direttamente come Episcopato, sperando in tal modo di arginare il pericolo della privatizzazione della fede e del venir meno del sostegno della codificazione sociale e istituzionale alla Chiesa cattolica. Più che mettersi in ascolto degli interrogativi che impone il processo di secolarizzazione, inteso come distacco della società e delle coscienze dal potere ecclesiastico, si progetta di far valere le proprie verità e i propri “valori cattolici” attraverso il braccio della legislazione e della politica.
Davanti alle difficoltà nell’annuncio di fede ci si aggrappa alla certezza della legge. Alla via del calore del Vangelo è sempre più preferita la ricerca dell’appoggio istituzionale.
Dietro questo modo di procedere vi è l’immagine di una Chiesa forte e sicura, che “deve” rimanere ferma nella ripetizione della tradizione, che non si fa sfiorare più di tanto dalle istanze del mondo moderno. Vi è l’immagine di una Chiesa che pensa di avere la “missione” di determinare la società in ciò che ritiene essere decisivo: per esempio la famiglia, la vita, la scuola. E con essa le coscienze e i corpi. E, così, ciò che è bene per i cattolici “deve” essere un bene anche per tutti e tutte.

Quale futuro?
Se è così, quale è il futuro che si prospetta per l’annuncio del Vangelo? Forse nel breve periodo la strada intrapresa può sembrare una strada percorribile, con uno sbocco utile. In verità a molti appare una scelta sbagliata, regressiva e alienante. A pensarci bene è una scelta di paura, quasi di disperazione, che non aiuterà a proporre cordialmente la Parola evangelica nel Paese.
Quali possono essere le conseguenze di tutto ciò è evidente.
Sul piano civile, la leadership ecclesiale italiana, oggettivamente, oggi rischia di essere indicata come corresponsabile dell’aumento del distacco tra Paese reale e istituzioni. Rischia di essere tra i protagonisti di un eventuale marcato ritorno alla contrapposizione tra laici e cattolici in Italia.
Sul piano pastorale, la Chiesa italiana sarà sempre più molto ascoltata dai politici interessati alla sua legittimazione per l’autorità che rappresenta, ma può perdere autorevolezza nella società. Il rischio, allora, è che il luogo di confronto tra Chiesa e società si sposti sempre più dal piano strettamente religioso e pastorale a quello politico-istituzionale e che il discorso cristiano si riduca a una “sottocultura cattolico-romana” (H. Küng).
Sul piano delle dinamiche ecclesiali, poiché la scelta di “salvare” il Paese per via politica esige il massimo della compattezza e dell’uniformità visibile, il rischio è che lo stile dell’essere cristiano, della libertà del cristiano (laici, uomini e donne, preti e vescovi) sia sacrificata sull’altare di una nuova unità politico-culturale con tutto quello che questo comporta per la serenità e la crescita ecclesiali.

Le alternative possibili
Quali strade diverse si possono percorrere? Occorre cercare un confronto alto e pubblico. Affermare la propria opinione fino a fare sì che essa sia trasformata in atti normativi e vincolanti per tutti, se è comprensibile per un’organizzazione politica, non può esserlo per una comunità ecclesiale. La Chiesa italiana dovrebbe essere la prima a far sì che sui singoli problemi si trovino le migliori soluzioni condivise nell’interesse del bene comune. Si dovrebbe, insieme, cercare di contribuire a cercare quel “minimo etico” (S. Rodotà) quando si definisce una norma giuridica o quando si cerca la soluzione a un problema. Agire così non significa sposare l’indifferenza per i valori etici. Significa darsi e dare una possibilità di ricerca e di costruzione di valori comuni condivisi e non imposti autoritativamente. A ciò si arriva attraverso il compromesso tra valori e interessi contrapposti: attraverso la mediazione tra la testimonianza dei propri valori e la realtà storica. Nel contesto di una società pluralistica e complessa, non è forse un obbligo etico ed evangelico avere cura delle ragioni degli altri, scendere da cavallo e chinarsi per ascoltarle meglio e senza fretta, in particolare le ragioni delle donne? Ascoltare i desideri delle persone è saper guardare lontano, oltre i vecchi schemi, in cammino con le persone reali, in carne e ossa. Perciò, non serve tentare di “ri-battezzare” il mondo o fermarne il cammino.
Semmai occorre puntare alla possibilità di aprirsi agli altri per costruire il bene possibile per tutti.
È urgente che nella comunità ecclesiale le varie membra, senza esclusioni, siano messe nelle condizioni di poter contribuire al cammino comune, a cominciare dall’esercizio di una libera ricerca sulle singole questioni, allontanando ogni clima di sospetti e di sfiducia o di sanzioni. Ciascuno e ciascuna deve poter sentirsi incoraggiato/a a confrontarsi, a dare il proprio contributo su questioni nuove e delicate, in un dibattito anche pubblico: libero, sereno e rispettoso, senza paura di scomunicarsi a vicenda. È necessario che le diocesi, le parrocchie, ma anche la comunità ecclesiale sul piano nazionale e universale, creino queste occasioni come fatto ordinario senza paura di vedere il confronto di posizioni diverse tra i cristiani/e. La Chiesa, che è la casa di tutti, può essere una palestra di democrazia, non di conformismo. Una Chiesa che si autoconvoca per parlarsi serenamente e fraternamente gioverebbe a tutti, anche ai pastori per una sintesi nuova in tempi nuovi.

Comunicare il Vangelo
C’è sempre tempo per vigilare e cambiare. È tempo di ritornare alla “scelta religiosa” che fu della Chiesa del Concilio e che fu della stessa Chiesa italiana ai tempi del Convegno di Loreto del 1985 (guidata dal cardinale Ballestrero). È tempo di tornare allo spirito e alla lettera del documento La Chiesa italiana e le prospettive del Paese (23 ottobre 1981) dove l’etica è intesa non come “serie di norme” ma come un “insieme di valori”, di orientamenti capaci di unire le forze sane degli uomini, cristiani e non cristiani, perché, come spiegava l’Episcopato italiano, “Il Paese non crescerà se non insieme”.
Anche il programma della Chiesa italiana per questo decennio: Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia indica una precisa direzione di marcia nel suo titolo. La comunicazione esige un interlocutore/trice, che va preso sul serio. Perciò, anche se come cattolici si fosse in maggioranza nel Paese, non si avrebbe alcun diritto, per amore del Vangelo, di imporre agli altri le proprie convinzioni filosofiche o dogmatiche. Solo se si comunica, e non ci si impone, vi può essere uno spazio fruttuoso per un Vangelo inculturato nel mondo pur secolarizzato. Per comunicare davvero il Vangelo non serve una strategia politico-legislativa. Serve la fatica di inserire il Vangelo e la vita della Chiesa fra gli uomini e le donne in questa concreta società in cammino e vedervi germinare in forme inedite la proposta di liberazione e di umanizzazione del Vangelo. Un Vangelo fresco che ci consenta di reimparare la perfetta identità tra norma morale e amore.
Per comunicare il Vangelo non serve la tentazione di creare qualcosa di perfetto. La vera ascetica, dentro la storia, “è l’ascetica di chi costruisce la casa sapendo che essa sarà distrutta; di chi elabora una legge sapendo che essa domani non basterà più; di chi accetta il relativo come cilicio quotidiano, e nella dedizione al relativo ripone la sua passione e il suo amore” (E. Balducci).

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