Dallo specchio al volto

Qual è il ruolo della coscienza nella Bibbia? Dio insegna all’uomo a riconoscere il proprio mondo interiore come luogo privilegiato di dialogo.
Prima di tutto con se stesso. E con il proprio Dio.
Giovanni Salvini (Teologo)

La parola “coscienza” nella Bibbia non esiste. Esiste invece una lunga pedagogia di Dio che educa l’uomo alla scoperta di sé mediante l’esplorazione della propria interiorità, insegnandogli a dirigere il proprio sguardo intelligente e capace di contemplazione verso il proprio “dentro”. Dio, creando l’uomo “a sua

Antigone
L’importanza della coscienza è antica. Il rapporto tra legge e coscienza personale è affrontato già nelle tragedie greche. Ecco la voce di Antigone, la prima delle tre tragedie che Sofocle dedica al mito di Edipo.
“Non Zeus mi ha imposto questi ordini; né Dike (dea greca della giustizia, ndr), che ha la casa insieme agli dei sotterranei, fisso per gli uomini tali leggi. Non potevo pensare che i tuoi decreti fossero a tal punto potenti da dare, a te che sei mortale, il diritto di trasgredire le leggi non scritte, ma inviolabili, degli dei. Non da oggi, non da ieri, ma da sempre esse sono vive e nessuno sa da dove e da quando siano apparse. Io non potevo, a causa dell’arroganza di un uomo, pagare per una colpa nei confronti degli dei. Sapevo bene di essere mortale e di dover morire, anche senza i suoi editti. Ma dico che è un guadagno se morirò prima del tempo. Chiunque vive, come me, in mezzo a molti mali, non ottiene forse un guadagno morendo?
(la citazione è tratta da Testimoni della coscienza. Da Socrate ai giorni nostri, di Anselmo Palini, ed. AVE, Roma 2005)
immagine, a immagine di Dio” (Gn 1,27), pone una sfida all’uomo stesso: ricercare in che cosa e in che modo egli (l’uomo) assomiglia al suo creatore. È subito nei primi capitoli del libro della Genesi, cioè della nascita dell’uomo e del mondo, che troviamo la prima lezione di quel lungo “corso di apprendimento” che Dio propone alla sua creatura “molto buona” perché impari a riconoscere la sua origine divina e cominci a sperimentare la profondità e la ricchezza del proprio mondo interiore. Siamo al capitolo 4 della Genesi. Il peccato è entrato nel mondo e con esso la dimensione drammatica della vita dell’uomo. Si sta preparando il primo caso di omicidio della storia umana. Caino, di fronte alla parzialità di Dio che sembra accettare le offerte di Abele e non gradire le sue, sta soffrendo. Il suo mondo interiore è oscurato da un dolore sordo che lo condurrà a uccidere. Ai versetti 6 e 7 Dio lo interroga e gli rivolge un invito: “Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo»”.

Guardati allo specchio
Il punto di partenza del cammino che lentamente porterà l’uomo ad avere una “coscienza” di sé e del mondo sta in questo invito a domandarsi il “perché” del proprio stato d’animo, della propria irritazione e tristezza in questo caso. L’accenno al “volto” abbattuto è quasi un invito a verificare la verità delle parole di Dio guardandosi allo specchio. Se Caino vuole rendersi conto di come davvero è triste e abbattuto, basta che si specchi e veda il suo volto. In questo modo Dio insegna una volta per tutte all’uomo il primo passo per iniziare un cammino di conoscenza di sé: guardarsi allo specchio. Ogni uomo che si guarda allo specchio stabilisce un ponte col proprio mondo interiore, iniziando un cammino che può avere un esito duplice: può essere il primo passo per raccogliere l’invito di Dio a “conoscere te stesso” (che risuona nell’imperativo della saggezza umana gnothi seauton – “conosci te stesso” -) che percorre tutta la cultura umana oppure può essere una trappola mortale in cui l’uomo cade, innamorandosi della propria immagine riflessa, come Narciso del mito greco. Accanto a questo invito a guardarsi allo specchio Dio pone anche un criterio per valutare il proprio comportamento, o meglio per capire come la nostra interiorità stia già valutando il nostro comportamento: “Se agisci bene non dovrai forse tenerlo alto (il volto)?”. Se il tuo agire è conforme al “bene” – che nel linguaggio della Genesi vuol dire, conforme al senso

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto.
Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici
della creazione dato da Dio (quel tov - “buono” - con cui Dio ha benedetto giorno per giorno la propria opera di creazione, moltiplicandolo per l’uomo in un “molto buono”) – allora il volto deve essere tenuto alto. Se invece “non agisci bene” allora si è introdotto dentro di te qualcos’altro, non creato o voluto da Dio, il “peccato”, che come una bestia feroce sta “accovacciato alla tua porta”, cioè in attesa sulla soglia dell’interiorità più profonda dell’uomo che non gli è dato di invadere (se non col consenso dell’uomo stesso), pronto ad aggredire qualunque cosa esca da quella soglia a lui interdetta. Una bestia il cui “istinto” è contro l’uomo, ma che l’uomo può “dominare”. In questo testo, pur senza usare la parola “coscienza”, si pone già in essere tutto l’universo semantico e antropologico legato al concetto di coscienza. Dio insegna all’uomo a dialogare col proprio mondo interiore cogliendone lo stato, le emozioni e le dinamiche, con lo scopo di custodirlo dalla belva feroce che lo insidia e di prepararsi tempestivamente alla lotta per non essere dominato da essa.

Andare al cuore
Importantissimo è che Dio consegni all’uomo questo insegnamento attraverso una serie di domande e di inviti a farsi delle domande. Questo evidenzia che l’uomo ha come prima risorsa per conoscersi e proteggersi dal male la capacità di farsi delle domande. Il dialogo salva l’uomo o meglio: solo l’uomo che dialoga (che come diremmo oggi “si mette in discussione”) prima di tutto con se stesso e poi – nel profondo di se stesso – con Dio, si salva.
Lungo tutto l’Antico Testamento continua l’educazione graduale dell’uomo al dialogo con se stesso e col proprio Dio. L’uomo apprende il significato di un termine fondamentale per definire la propria identità, di un “luogo”, una parte del suo corpo, in cui avviene l’incontro con se stesso e in cui può avvenire l’incontro col proprio Dio: il “cuore”. Il “cuore” (leb in ebraico) è il luogo in cui si prendono le decisioni. È praticamente il primo spazio davanti alla soglia dietro la quale sta accovacciata la belva di Gen 4,7. È lì che si combatte la battaglia, lo scontro per il dominio, il combattimento per stabilire chi è “signore” della vita dell’uomo. Ecco perché la Nuova Alleanza tra Dio e l’uomo secondo Ger 31,33 sarà posta “nel loro animo” e più precisamente scritta “sul loro cuore”. Il “cuore” dunque non messo in relazione coi sentimenti e le passioni, ma con la decisione che noi oggi chiameremmo “morale”. Da notare che in questo “cuore” dell’uomo, autentico sancta sanctorum del tempio di Dio che egli è, avvengono le decisioni, secondo criteri la scelta dei

Ho evitato apposta di parlare da nonviolento. Personalmente lo sono. Ho tentato di educare i miei ragazzi così. Li ho indirizzati per quanto ho potuto verso i sindacati (le uniche organizzazioni che applichino su larga scala le tecniche non-violente). Ma la non-violenza non è ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa. Mentre la dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato lo è certamente.
Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici
quali impegna soprattutto la ragione dell’uomo e la sua libertà. Questo termine fissa quasi geograficamente uno spazio dentro l’uomo in cui si combatte la battaglia tra bene e male, mentre è un altro termine che definisce e descrive quello spazio ancora più profondo in cui prima di fare, l’uomo è (o non è) se stesso. Si tratta del termine rahamim, che noi traduciamo comunemente “viscere”. Ger 4,19 le accosta (o forse le identifica) con “le pareti del mio cuore”, per descriverne lo strazio nel momento della sofferenza più orribile. Le viscere sono il luogo deputato ai sentimenti più profondi, sono la parte dell’uomo che “si commuove” (cfr Sir 51,21), ma anche la parte di Dio che si commuove e prova tenerezza (cfr Ger 31,20). Le viscere sono, inoltre, il luogo in cui si forma la vita. Si parla dei figli come “il frutto delle viscere” (cfr Mic 6,7; Pro 31,2; Sal 131,11 e in senso analogo Sal 138,13). In Is 49,15 è addirittura possibile rendere il termine al femminile con “utero”.
È particolarmente significativo che questo termine sia tradotto spesso con la parola “misericordia” (cfr Os 2,21), indicando che le “viscere” di Dio sono costantemente rivolte all’uomo e in particolare all’uomo visto come misero. D’altra parte la parola latina misericordia è la traduzione proprio di questo concetto: il cuore rivolto al misero.
Il nucleo più profondo del Dio dell’AT è definito dalla sua relazione con l’uomo, descritta come relazione di dono continuo, dal dono della vita a quello della salvezza. Ma non bisogna cadere nell’errore di confondere il “cuore” con le “viscere”. Con “cuore” la Bibbia intende un luogo in cui l’uomo razionalmente riflette e decide, sceglie. Sceglie prima di tutto come nutrire il suo cuore; da quali principi lasciarlo permeare e con quali criteri operarvi le proprie scelte tutte decisive. Sceglie a quale modello di umanità rifarsi nel proprio cammino per diventare e rimanere uomo. In questo sacrario come in ogni luogo sacro deve avvenire l’incontro dell’uomo col suo Dio, ma come ogni sacrario anche questo può essere profanato, invaso da ciò che è impuro e dissacrante. Alla libertà e all’intelligenza dell’uomo vigilare per proteggerlo e mantenerlo puro e capace di accogliere Dio e solo Dio.

L’uomo nuovo
Nel Nuovo Testamento l’uomo compie il definitivo salto di qualità nella conoscenza di se stesso. Gesù si presenta proprio come Colui che dà spazio al “cuore” dell’uomo. In particolare riporta nella sfera del “cuore” dell’uomo tutta la portata vincolante della Legge di Dio. Ne è un chiaro esempio la sezione dei capitoli 5-7 del Vangelo secondo Matteo in cui Gesù, nuovo Mosè, riconsegna completandola la Legge ai suoi discepoli.
A partire dalla beatitudine promessa ai “puri di cuore” (Mt 5,8), passando attraverso il compimento del comandamento che riguarda l’adulterio, con l’affermazione che il peccato di desiderio l’adultero lo commette “nel proprio cuore” (cfr Mt 5,28), per giungere agli inviti del capitolo 6 a vivere il

La lettera a Diogneto
I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano in città proprie, né parlano un linguaggio particolare e la vita che conducono non ha nulla di speciale. La loro dottrina non è frutto di immaginazione o prodotto del pensiero di spiriti indagatori, e non aderiscono, come fanno alcuni, a correnti filosofiche umane. Abitano in città greche e barbare, come a ciascuno è toccato in sorte, e si adattano per i vestiti, per il cibo e per tutto il resto delle usanze locali, ma nello stesso tempo manifestano il carattere mirabile e, a detta di tutti, paradossale, della loro condizione di cittadini. Abitano nella propria patria ma non come stranieri; partecipano alla vita pubblica come cittadini e tutto sopportano come forestieri; ogni terra straniera è loro patria e ogni patria terra straniera. Si sposano come tutti, generano figli, ma non espongono i neonati. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. Vivono sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con la propria vita superano le leggi. Amano tutti, ma da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti, ma sono condannati; sono uccisi ma conservano la vita. Sono poveri, ma rendono ricchi molti; mancano di tutto, eppure sovrabbondano di ogni cosa.

La lettera a Diogneto, di autore anonimo, è databile tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C.
proprio rapporto con Dio e coi fratelli (elemosina, preghiera, digiuno) nella dimensione del “segreto” in cui solo il Padre scruta e vede. Gesù nel Vangelo secondo Giovanni è presentato come Colui che “sapeva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25).
Ma soprattutto Gesù si presenta in dialogo costante col Padre, sottolineando e insegnando la pratica della preghiera come dialogo interiore costante. Gesù insegna all’uomo che l’unico modo di conoscersi e di custodire la propria vita è il dialogo con il Padre. Ed è proprio per questo che dalla croce effonde sull’umanità intera il suo Spirito con lo scopo di rendere possibile questo dialogo da figli col Padre nel proprio cuore, costantemente. Sarà Paolo a evidenziare questa dimensione del dono dello Spirito per mezzo del quale l’amore di Dio è stato “riversato nei nostri cuori” (Rm 5,5).
È Lui che ci permette di rivolgerci a Dio chiamandolo “Abba, Padre” (Rm 8,15) proprio perché lo Spirito santo “attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8,16). Ecco la funzione essenziale dello Spirito Santo: far sì che la parte più profonda dell’uomo, quella in cui egli si guarda allo specchio per conoscersi e decidere della sua vita, sia abilitata al dialogo con Dio. Rendendo possibile l’incontro tra il figlio e il padre nel “cuore” lo Spirito sottrae l’uomo all’abisso in cui è caduto Narciso, al dramma del monologo interiore, all’asfissia del riferirsi solo a se stesso.
Nasce allora in senso proprio la “co-scienza” cioè la “scienza” di più soggetti in dialogo, la “scienza” di una relazione perennemente in atto nel profondo dell’uomo. È in questo modo che l’uomo riproduce l’immagine di un Dio che, poiché è Trinità di Persone, è anche eternità di dialogo e, solo in questo modo, perfezione di comunione. La capacità dell’Uomo Nuovo, prima figlio che uomo, di dialogare col Padre ricercando il proprio volto non più in uno specchio vuoto che può solo rimandargli la propria immagine intristita dalla preoccupazione e sfigurata dal peccato, ma nel volto sereno del Signore Gesù Cristo, vero Figlio di Dio e Vero uomo lo rende capace di vedere i propri lineamenti sovrapposti a quelli del vero Figlio di Dio, modello perfetto di umanità.
L’uomo può così trovare la propria normalità, cioè può cogliere nella profondità del proprio essere tutto ciò che è e tutto ciò che non è conforme al progetto di Dio che lo ha creato, assumendo come “norma” l’umanità di Gesù Cristo. Gesù è quel “bene” iniziale della creazione di Dio, fatto uomo e quindi commensurabile all’essere e all’agire dell’uomo. È questo il concetto di “coscienza” che la Bibbia ci consegna fornendoci non una definizione filosofica, ma la descrizione di un modo di vivere quotidiano e insegnandoci una prassi: quella del confronto costante con l’umanità del Cristo per continuare a vivere tutta la vita nel continuo e inesauribile tentativo di essere “realmente” figli di Dio in quel modo unico in cui lo è Lui.

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