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Haiti a un passo dal golpe, gli Usa stanno a guardare

“La macchina del colpo di Stato si è messa in moto sotto i nostri occhi. Ora si vedrà chi davvero vuole pace e stabilità ad Haiti”. L’appello lanciato dal primo ministro Yvon Neptune, mentre il tentativo dei ribelli di deporre il presidente Jean-Bertrand Aristide ha fatto precipitare in una grave emergenza umanitaria la tormentata isola dei Carabi, è stato ascoltato con preoccupazione alle Nazioni Unite e con evidente imbarazzo dall’amministrazione Bush.
19 febbraio 2004
Roberto Rezzo
NEW YORK – “La macchina del colpo di Stato si è messa in moto sotto i nostri occhi. Ora si vedrà chi davvero vuole pace e stabilità ad Haiti”. L’appello lanciato dal primo ministro Yvon Neptune, mentre il tentativo dei ribelli di deporre il presidente Jean-Bertrand Aristide ha fatto precipitare in una grave emergenza umanitaria la tormentata isola dei Carabi, è stato ascoltato con preoccupazione alle Nazioni Unite e con evidente imbarazzo dall’amministrazione Bush. “Francamente in questo momento non ci entusiasma l’idea di inviare un contingente militare per far cessare la violenza - ha dichiarato il segretario di Stato Colin Powell – Quello che stiamo cercando è una soluzione politica, e quindi ci sono altre nazioni disponibili a fornire una presenza di polizia per assicurare che i termini dell’accordo siano rispettati”. Dieci anni fa il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, inviò con il beneplacito dell'Onu 20mila uomini ad Haiti per porre fine a una dittatura militare e insediare al potere il neo eletto presidente eletto Aristide. Da allora lo scenario è profondamente mutato. Da una parte Aristide ha quasi completamente perduto l’appoggio popolare dopo aver soffocato nel sangue la voce delle opposizioni e dopo una rielezione avvenuta nel 2000 in mezzo a fondati sospetti di broglio. In più questa volta non c'è nessun leader legittimamente eletto in attesa di prendere le redini dello Stato: se Washington dovesse orchestrare la caduta di Aristide, fanno notare i funzionari del dipartimento di Stato Usa, non sarebbe certo una decisone facilmente giustificabile sulla base di quella "esportazione della democrazia" tanto cara all'Amministrazione. Il vero problema tuttavia sembra essere un altro: nell’anno delle elezioni, ancora alle prese con la crisi irachena, la Casa Bianca non sa che pesci pigliare. Visti i risultati ottenuti in Medio Oriente, difficilmente l’opinione pubblica saluterebbe con favore una presenza militare americana nell’isola. Gli stessi generali del Pentagono escludono di avere uomini e mezzi a sufficienza per intervenire al di fuori dei confini nazionali. Altrettanto controproducente sarebbe però lavarsene le mani, come Bush ha scelto di fare di fronte alla crisi in Liberia: Haiti è a poche miglia dalle coste Usa e un’ondata di profughi in Florida rischia di tradursi in un inaccettabile prezzo elettorale. Per questo motivo la Casa Bianca ha deciso di schierarsi dalla parte di Aristide per mancanza di un'alternativa politica credibile e cercare una soluzione negoziata per porre fine alla ribellione armata che scuote il Paese. Parigi ha fatto notare di avere nei Territori d'oltremare della Martinica e della Guadalupa 4mila uomini già addestrati alle missioni di carattere umanitario, ed il ministro degli Esteri Dominique de Villepin si era mostrato perlomeno possibilista circa l’ipotesi di un intervento. Washington, in un momento in cui le relazioni tra Stati Uniti e Francia non vivono il loro momento migliore, si trova costretta a chiedere aiuto ai francesi e all’Europa, preoccupata soprattutto di non perdere la faccia. Da Parigi vuole collaborazione, non farsi rubare la scena nel giardino di casa. La piega che hanno preso le trattative transatlantiche si nota nelle parole di Villepin che ieri si è mostrato meno interventista, ed ha fatto notare come un dispiegamento sia "molto difficile" se prima non cessano le violenze. Anche Parigi dunque - appoggiata dall'Unione Europea – sembra scommettere su una soluzione politica, l'unica che potrebbe dar luogo alla tregua necessaria per il dispiegamento di una forza di pace, magari con il mandato dell'Onu. Il Segretario generale Kofi Annan ha annunciato che il Palazzo di Vetro ha intenzione di "impegnarsi in modo molto più attivo" nel risolvere la crisi. Nell’isola i ribelli, ai quali si sarebbero uniti anche delle milizie paramilitari della destra macchiatesi di numerosi atti di violenza negli Anni Novanta, minacciano ormai anche la seconda città del Paese, Cap-Haitien, mentre la polizia fedele al governo ha sgomberato altre quattro località. Il presidente Aristide insiste nel non voler rassegnare il mandato: “Resisterò sino alla fine”, ha fatto sapere dalla sua residenza di Port-au-Prince.

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