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Ma permane il disinteresse del parroco di Kimbau che ha disertato anche il secondo seminario

In che modo intendiamo formare una cultura popolare per la difesa dei diritti umani

Il percorso di formazione avviato in Congo dalla Chiesa. La gente ha risposto con entusiasmo. Si deve arrivare a promuovere una vera presa di coscienza dei «diritti negati».
Chiara Castellani
Fonte: Avvenire, 25 ottobre 2005 - 25 ottobre 2005

Da noi la formazione dei formatori e poi della gente avviene attraverso moduli, che sono stati prodotti dalla Conferenza episcopale congolese in un progetto finanziato dalla "Iniziative européenne sur les droits de l'homme".

Ho qui sotto gli occhi il modulo sui diritti umani e sugli strumenti che ne garantiscono la protezione, e il contenuto è forte nonché interamente formulato dai vescovi autoctoni. È un progetto che data dal 1997, ma che solo ora riesce a realizzarsi grazie ai finanziamenti europei. La nostra diocesi l'ha però personalizzato, sottolineandone ulteriormente la componente formativa.

Il vescovo ha sposato l'iniziativa e i documenti originali della diocesi sono stati redatti da lui assieme al suo ex segretario, che sta studiando (con una borsa di studio finanziata da gente di buona volontà) Diritto canonico a Monaco e per il quale sogniamo un itinerario di formazione in diritti umani con l'appoggio dei Centri per i diritti umani di Padova e di altre università italiane.

Chi sono i nostri formatori? Per adesso due preti, uno giovane e uno più anziano, e un avvocato di Kenge. Che è il solo ad avere una preparazione giuridica, perché i due preti hanno da parte loro solo tantissima buona volontà ma nessuna preparazione salvo quella teologica. Tutti e tre hanno partecipato a un seminario di «Formazione dei formatori» organizzato a Kinshasa in maggio. Poi ci sono gli animatori delle commissioni parrocchiali «Giustizia e Pace», gli agenti locali dello Stato, gli attivisti dei diritti umani, e chiunque analizzi la situazione con conoscenza di causa, deontologia professionale, obiettività, imparzialità e indipendenza di giudizio.

E in che modo intendiamo formare il popolo? Come prevede il testo del progetto, sono già stati organizzati due seminari di formazione sui moduli elaborati dalla Conferenza episcopale del Congo per gli «animatori parrocchiali». Ad ogni seminario hanno preso parte due animatori parrocchiali.

Quando il primo seminario si è svolto, gli animatori di Kimbau non c'erano. La causa è duplice: disinteresse del parroco (che infatti ha disertato anche il secondo seminario) e mancanza di mezzi di trasporto. In realtà la diocesi non dispone di mezzi, salvo qualche moto che non serve a radunare gente. Si deve chiedere favori a terzi che non sempre li fanno. Ma per il secondo seminario è stata messa a disposizione la macchina di Matari, al cui acquisto ha contribuito anche il Centro missionario diocesano di Vercelli. La gente ha risposto con entusiasmo.

Che nozioni occorre dare alla gente sui diritti umani? Si deve arrivare a promuovere una vera cultura dei diritti umani fondamentali, che dovrà mettere radici sulla presa di coscienza dei «diritti negati» fin dall'epoca della tratta degli schiavi e ancora nel passato coloniale, fino alle recenti conquiste verso garanzie di buon governo e di restaurazione della dignità della persona umana. Perché la dignità e i diritti umani sono entrambe prerogative riconosciute all'uomo per il fatto stesso di essere uomo a immagine di Dio.

Ma non ha senso parlare di diritti umani se non si garantiscono previamente alla popolazione gli strumenti che ne garantiscano la difesa e la protezione. Si deve far luce sui limiti strutturali e gli ostacoli culturali, economici, geografici che di fatto vietano al piccolo agricoltore del Bandundu di avere accesso ai suoi diritti elementari.

E chi dovrà proteggere i diritti umani? Gli stessi animatori delle commissioni parrocchiali «Giustizia e Pace» dovranno utilizzare gli strumenti di difesa e allerta sulle violazioni. In questo senso è necessario che gli animatori apprendano le strategie e le tecniche applicabili in contesti rurali isolati come quelli della diocesi di Kenge, là dove l'isolamento mediatico rende più frequenti gli attentati alla vita e alla dignità umana, e dove è più necessario attivarsi per proteggere le potenziali vittime di abusi di potere e rappresaglie da parte dei piccoli potenti-prepotenti, che ignorano o vogliono ignorare ciò che è comunque previsto, in termini di legge, per limitare il loro potere. Per adesso a livello di parrocchia tali strumenti sono minimi.

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