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    1 aprile 2025 - Alessandro Marescotti

Quella spiaggia che Tirana vuole cancellare

Grandi opere contro cittadini ed ecosistemi in salsa albanese: La baia di Vlora a rischio. Si costruisce un parco industriale, i locali protestano e le istituzioni finanziarie pagano
15 settembre 2007
Luca Manes (Mani Tese/CRBM)
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Un angolo di paradiso. Talmente bello da meritare l'appellativo di "Regina d'Albania". E' la baia di Vlora, sulla costa sud-orientale dell'Adriatico, habitat naturale di numerose specie di pesce e corallo. Peccato che nel 2004 Tirana abbia deciso di cancellare questa attrattiva naturale per far posto ad un mega parco industriale da 120 milioni di euro. Una colata di cemento e acciaio cancellerà una pineta dichiarata parco nazionale a due passi dalla spiaggia e dalla laguna di Narta, in teoria protetta della Convenzione di Ramsar sulle paludi. Quello che è stato enfaticamente definito il più grande investimento nella storia dell'Albania prevede la realizzazione di un parco industriale composto da sette impianti fra i quali un terminale per lo stoccaggio e la trasmissione di idrocarburi, una raffineria e una centrale termoelettrica per la conversione riconversione del gas. Banca mondiale, Banca europea per gli investimenti e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo hanno subito manifestato il loro interesse a finanziare il progetto, incuranti dell'impatto ambientale.
Fortuna ha voluto che nel 2005 la società civile albanese abbia messo su una coalizione, l'Alleanza per la protezione del Golfo di Vlora, per dire no all'ennesimo scempio di uno spicchio di costa del Mediterraneo. Per prima cosa gli attivisti hanno fatto ricorso contro il governo, accusato di aver violato la Convenzione di Aarhus sull'accesso alle informazioni in materia ambientale. Ricorso vinto lo scorso marzo. La commissione internazionale creata ad hoc in base al trattato ha ritenuto l'Albania colpevole di non aver informato adeguatamente le popolazioni locali sulle possibili conseguenze del progetto, così da evitare, quindi, che i processi decisionali avvenissero in maniera condivisa. Nel corso degli ultimi due anni, la coalizione ha anche cercato a più riprese un'interlocuzione con le agenzie multiletarali internazionali intenzionate a finanziare il progetto. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha preferito infischiarsene delle istanze della società civile e ha già elargito la prima tranche dei 37 milioni di dollari. Più collaborativa la Banca mondiale, che tramite il suo organismo indipendente d'indagine si sta attivando per verificare se a Vlora si violeranno o meno gli standard socio-ambientali che regolano l'operato dell'istituzione guidata fino a pochi mesi fa da Paul Wolfowitz e se la valutazione di impatto ambientale su cui si è basata l'approvazione dell'esborso dei 25 milioni di dollari previsto dalla stessa Banca sia stata fatta secondo i canoni.
Per adesso i lavori di costruzione languono, in attesa che si sblocchino tutti i fondi. Ma ancora una volta a non stare con le mani in mano sono stati gli albanesi, protagonisti di una serie di azioni contro la devastazione della loro bellissima baia. Tra campeggi dimostrativi sulla spiaggia di Vlora e manifestazioni di piazza (l'ultima si è tenuta il 9 settembre), la comunità locale sta facendo di tutto per vendere cara la pelle e salvare la sua principale attrattiva naturale. «Siamo pronti alla disobbedienza civile - ha promesso Aleksander Mita, dell'Alleanza -Se il progetto sarà realizzato la spiaggia verrà cancellata, si assisterà all'abbattimento di 30mila pini, importanti siti storici ed archeologici subiranno danni irreparabili e le abbondanti riserve di pesce rischieranno di sparire per sempre». La lotta continua, in attesa che la Banca europea per gli investimenti o la Banca mondiale battano un colpo, ritirando il loro finanziamento.

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Noi déracinés dell'Europa, che abbiamo cambiato più volte di frontiere che di scarpe, come diceva Brecht - questo re dei déracinés -, anche noi non abbiamo altro da perdere che le nostre catene in un'Europa unita e perciò siamo federalisti.

Ursula Hirschmann - La citazione viene dal libro "Noi senza patria", Il Mulino, 1996.

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