In Darfur una coesistenza complessa fra «Arabi» e «Neri»
In apparenza sorte dal nulla in Darfur quando la violenza vi è esplosa all’inizio del 2003, le milizie janjawid, reclutate essenzialmente fra le tribù sudanesi che rivendicano un’origine “araba”, non sono un’invenzione recente. L’utilizzazione di questo tipo di gruppi armati, nota Roland Marchal, ricercatore al Centro studi e ricerche internazionali (CERI) e specialista del Corno d’Africa, ”risale alla prima colonizzazione ottomana – nel XIX secolo - Poi i Britannici vi hanno fatto nuovamente ricorso per distruggere il sultanato del Darfur nel 1915 e questa pratica è riapparsa nel 1991, quando un capo ribelle del Sudan meridionale, Youssouf Daoud Bolad, ha cercato di prendere il controllo del Darfur. Milizie simili sono state in seguito regolarmente usate dal governo per combattere la guerriglia sudista di John Garang.
Tutto questo tuttavia non fa del Sudan un Paese nel quale in passato si affrontavano sistematicamente i gruppi che rivendicavano una origine “araba” e le etnie i cui membri sono qualificati come “Neri”. In Darfur la coesistenza fra le diverse popolazioni è stata per lungo tempo la regola. Per spiegare la natura del conflitto, Roland Marchal evoca ”numerosi fenomeni che si articolano a vicenda”: un periodo di siccità, iniziato negli anni ’70, che ha dato origine a migrazioni di pastori verso le terre fertili ed esacerbato i conflitti fra i gruppi nomadi e i contadini sedentari. Per di più, il Darfur è stato “internazionalizzato” servendo come base arretrata a numerosi gruppi ribelli del vicino Ciad, mentre la Libia, negli anni ’80, vi riversava importanti quantità di armi per sostenere gruppi “amici”.
Accumulo di armi
Per più di vent’anni conflitti locali sono scoppiati nel Darfur, che tutti non opponevano, come oggi, miliziani “arabi” teleguidati dal governo a contadini appartenenti alle etnie “nere”, come i Fur (che danno nome alla regione), i Messalit o gli Zaghawa. Al contrario, questi ultimi hanno stretto alleanze instabili, talvolta, con gruppi “arabi”, quando questo serviva ai loro interessi. A esempio, negli anni ’80 quando, nota Roland Marchal, ”Hissene Habré –al potere in Ciad - ha fornito armi e munizioni ai Fur che si battevano contro gli Zaghawa, con i quali sono oggi alleati”.
Ma sul filo di queste ricorrenti fiammate di violenza milizie di autodifesa si sono costituite in gran parte dei gruppi. Con l’accumulazione di armi in Darfur gli scontri, col tempo, vi sono divenuti più micidiali. Una disputa fra Massaliti e un gruppo “arabo” nel 1998 è così degenerata in scontri che provocheranno, in totale, più di 5'000 morti e 100'000 profughi.
La comparsa, nel 1985, di un gruppo sedicente “alleanza araba”, che affermava di voler unificare le 27 tribù arabe presneti nel Paese contro i “Neri”, ha esacerbato le tensioni. Questi ultimi, in effetti, vi vedono già dall’atto della fondazione una politica destinata a cacciarli dalle loro terre. Sentimento reso più grave dalla diffusione sottobanco, nel 2000, di un’opera intitolata ”Black book” (il libro nero).
Commissionata dalla presidenza sudanese ma diffusa grazie a una “fuga di notizie”, l’opera si fonda su uno studio della ”rappresentanza etnica in seno all’amministrazione”, spiega Roland Marchal, per dimostrare che le etnie “nere” sono largamente sottorappresentate in Darfur. Il libro contribuisce a convincere i responsabili “Neri” di questa regione a prendere le armi se vogliono farla finita con la “emarginazione”. È il caso di d'Abdulwahid Al-Nour, ex membro del partito islamista, il Congresso popolare, diretto da Hassan Al-Turabi, che lascia Kartum nel 2001 e ricompare in febbraio 2003 in Drafur alla testa dell’Armata di liberazione del Sudan.
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