Diritti Animali

La fuga dalla razionalità è la stessa di mille anni fa

Animali untori, ventimila anni di grandi stragi

22 maggio 2006
Paolo Rumiz
Fonte: www.larepubblica.it
5.03.06

La gente li rincorreva dal Campidoglio al Tevere, armata di bastoni, e la città si riempiva di ululati agghiaccianti fino alle vie consolari. La caccia durava un giorno solo, tutto dedicato allo sterminio. Alla fine, i cani ammazzati erano trascinati per le strade e ammonticchiati. Teste fracassate, sangue, pezzi di ossa, materia cerebrale, escrementi e lamenti. Nessuno doveva restare vivo. La città intera partecipava a quella barbara battuta, e chi collezionava più carcasse era incoronato vincitore. Poi, sui colli scendeva una notte tombale, senza nemmeno un guaito alla Luna. “Canicola” vuol dire caldo di mezza estate. Ma vuol dire anche ecatombe di cani. è quello il senso trasparente. Succedeva nell’antica Roma ogni 15 agosto. Lo chiamavano “Dies Caniculae”, e si svolgeva con la costellazione del Cane allo zenith; quella di Sirio, l’astro più luminoso del nostro cielo, che già per gli egizi “favoriva la rabbia”, malattia trasmissibile all’uomo e considerata invincibile nell’antichità.

Oggi quella strage la chiamerebbero “stamping out”, azzeramento di animali infetti o a rischio. La svolgerebbero uomini in tute bianche, nel chiuso di allevamenti, con gas o iniezioni al veleno. Abbiamo imparato a conoscerli, in questo tempo di pestilenze animali. Ora lo sappiamo. La paura dell’animale “untore” è vecchia come l’agricoltura, avrà ventimila anni almeno, nasce quando la caccia tramonta e la popolazione mondiale cresce, assieme alla promiscuità con le bestie e i loro escrementi. Ne scrivono Omero, Ippocrate, Aristotele, Ovidio, Virgilio e tanti altri, in un misto di mitologia e conoscenza empirica. Quattro secoli prima di Cristo, Tito Livio ricorda che, sotto i consoli Aulo Cornelio Coso e Tito Perro, un’epidemia di rogna passò dagli animali ai lavoranti, poi agli schiavi e infine ai liberi, abitanti delle città. Ottocento anni dopo, Renato Vegezio cita la “morva”, che arriva dai cavalli e sfigura la faccia degli umani. Niente di nuovo sotto il sole. Ma l’archetipo della "zonosi" - così viene chiamata oggi la malattia umana presa dagli animali - resta la rabbia. Incurabile, ovvia nella diagnosi, quasi soprannaturale e implacabile nei sintomi, trasformava gli uomini in cani con una violenza tale da essere creduta vendetta divina.

Secondo il professor Adriano Mantovani, massimo storico delle malattie animali trasmissibili, quella perfida malattia si mette di mezzo tra l’uomo e il cane, suo naturale alleato, fin dall’inizio della storia scritta. “Nel codice di Eshunna, in Mesopotamia diciotto secoli prima di Cristo - osserva - si descrivono i sintomi della malattia, con la parola "Segù", che significa "essere matto" e contemporaneamente "diventar rabbioso"“. Nell’Iliade, rammenta Elisabetta Lasagna, altra esperta del settore, Teucro non esita a rivolgersi ad Achille come a un “cane rabido”. Nella mitologia greca persino la dea Artemide non resta immune, e viene curata dal cacciatore Aristeo. Tutto veniva dalla notte dei tempi. Il massacro dei cani, Roma l’aveva imparato dai greci, che nelle isole dell’Egeo sterminavano annualmente i branchi vaganti - succede ancora oggi, con bocconi avvelenati - in un sacro macello denominato “Kynophantes”. Ma già prima la rabbia era conosciuta in Mesopotamia, culla della civiltà urbana. Nell’epopea di Gilgamesh - il nostro Noè - si narra che prima delle grandi piogge estive l’eroe portò nell’Arca tutti gli animali tranne uno: il cane, potenzialmente rabido.

Una paura ancestrale. Persino Pasteur, inventore del vaccino antirabbico, avrebbe fondato la sua scoperta - prima ancora che sulla ricerca - sull’angoscia per quella malattia terribile, che gli aveva riempito d’incubi l’infanzia: “Sono sempre stato perseguitato dal ricordo delle strazianti grida di quegli infelici che furono morsicati ad Arbois dal lupo rabbioso, quando ero ancora ragazzo”. Ricordava Pasteur che dalle sue parti l’impotenza verso il morbo era tale, che era invalsa l’usanza di avvelenare, strangolare o uccidere a fucilate i poveracci solo sospettati di avere contratto contagio. “Oggi - spiega Mantovani - ci sembra tutto nuovo, ma molto era noto o per lo meno supposto già tanto tempo fa. Persino la guerra batteriologica era familiare ai Romani, fu Seneca a scriverne”. Molto è leggibile nei millenni a livello di tabù, poi codificati come religione. Il maiale è considerato impuro da ebrei e musulmani perché nei paesi caldi infetta l’uomo con un microrganismo - la Trichinella Spiralis - che uccide con dolori spaventosi. Anche la macellazione kosher, assieme a quella hallal dell’islam, ha ragioni sanitarie precise: nelle alte temperature un animale non perfettamente dissanguato putrefà più in fretta. Che gli uccelli, celesti creature araldiche, portassero contagi non sembrava possibile. L’idea di migrazione era semisconosciuta. Le rondini - era ancora l’anno Mille - si credeva svernassero nel fango delle lagune. Solo Federico Secondo di Svevia, nel suo trattato sulla falconeria - De Arte Venandi cum Avibus - spiegò le rotte migratorie con criteri validi ancora oggi. Ma per secoli nulla si aggiunse alla visione "greca" degli animali celesti. I corvi erano messaggeri. Le lugubri civette, abitatrici di camini, annunciavano sventure. Le nottole dell’Odissea portavano con sé l’ombra dei Proci uccisi da Ulisse. Nel Medioevo molto cambiò. La colomba, noto veicolo di germi, fu promossa a cristianissimo simbolo di puro spirito. Trionfarono grifoni e sparvieri, o i pavoni simboli del firmamento. Altri se la videro brutta. Il gatto - che era un dio per gli egizi perché liberava dai topi i granai del Nilo - divenne creatura posseduta da Satana. Sacchi pieni di gatti vivi venivano buttati nel fuoco per festeggiare il solstizio d’estate, pratica che continuò in Francia fino al secolo dei Lumi. Quanto alla già pessima fama del lupo, scannatore di pecore e portatore di rabbia, crebbe quando l’agnello divenne simbolo del sacrificio di Cristo. Fu solo San Francesco a redimerne - parzialmente - il nome. E venne il tempo dei cieli color sangue e delle infernali carrette piene di cadaveri. Peste, vaiolo, tubercolosi, malaria, colera e influenza, che si trasmettevano direttamente da uomo a uomo. Pandemie, tutte di origine animale. Ebbene, proprio allora l’uomo non capì. L’idea di associare animale e pestilenza sarebbe venuta solo col microscopio e la scoperta dei microrganismi. Così si brancolò nel buio, si colpì a caso. Nella peste del 1572 Giovan Filippo Ingrassia, protomedico di Palermo, ordinò di uccidere i cani della città. Questo quando erano i poveri quadrupedi a bonificare la città divorando i corpi insepolti, senza contrarre e diffondere minimamente contagio.

In Europa la peste gabbava i controlli cavalcando le pulci dei ratti, annidate nelle pellicce importate dall’Asia, e immigrando così sulla via della seta come su una gigantesca, brulicante autostrada di microbi. La pandemia era semplicemente la figlia del primo commercio globale. E invece si mandò al rogo gente innocente con l’accusa di diffondere morte con infernali unguenti. Si incolparono i miasmi, l’aria mefitica. “Durante un’epidemia a Roma - ricorda Andrea W. D’Agostino, autore del libro Pestilenze - si arrivò al punto di sparare cannonate a salve per cambiare l’aria, considerata mefitica e stagnante”. Si cercò persino nella carta, considerata “suscettibile”, cioè capace di portare maligno contagio. Fino all’Ottocento continuò la pratica inutile di disinfettare la posta col fumo o l’aceto, e di stampigliarla con appositi bolli di disinfezione. Ai topi, i veri grandi “untori”, non pensava nessuno. Erano messi sullo stesso piano dei buoi e dei cavalli. L’idea di derattizzare era inesistente, al massimo si teneva un gatto a bordo delle navi per proteggere il carico. Con le pulci stesso discorso: veniva data loro la caccia per il fastidio che procuravano, non perché sospettate di nefasti contagi. Grattarsi era sconveniente, tutto qua. Solo per questo, fino a un secolo fa, valse l’uso di sistemare un gatto sulla poltrona destinata agli ospiti perché col suo pelo rastrellasse le pulci presenti. Nel Settecento scattarono i primi provvedimenti sensati. Le vacche importate da oltremare, per esempio, venivano buttate in acqua dalla nave a un centinaio di metri dalla riva affinché, nuotando, si disinfettassero. Dentro i lazzaretti le granaglie erano pettinate con rastrelli per ripulirle da piume e pelo animale. Nelle transumanze le bestie si lavavano con acqua e aceto. Nei mercati si richiedevano certificati di buona salute per i buoi. Ma durante le epidemie si prescriveva anche di affiggere nelle stalle “l’immagine di Sant’Ignazio” e di “far benedire l’acqua, dove sia stata immersa una di Lui reliquia”. Un mix di esorcismo e profilassi. “Oggi è cambiato poco da allora” ghigna Carlo Rossi, veterinario del Nordest, baricentro alimentare del pianeta Italia. “La fuga dalla razionalità è la stessa di mille anni fa. Anche oggi, in tempi di peste aviaria e di mucca pazza, si cercano scorciatoie, capri espiatori, maledizioni bibliche. La gente è disorientata, vede che il contagio arriva persino attraverso i cigni, il top della bellezza innocente. E allora si diventa prede di voci, dove nulla è smentibile perché nulla è dimostrabile. Vittime di un’ansia che nessuno riesce a controllare”.

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